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| (quadro di Stefano Calisti) |
Con lo sguardo planava sul turchese della pianura per perdersi in tutte le sfumature del blu del mare all’orizzonte, dove si affacciava la città, il posto più lontano e più misterioso che potesse immaginare. Era lì che si poteva trovare tutto ciò che la vita poteva offrire, nel bene e nel male. Menico era orgoglioso, seduto sul muretto della piazzetta che dava su quel panorama, dall’alto dei suoi quattordici anni e dei suoi pantaloni nuovi. I suoi primi pantaloni lunghi dopo quelli appena sopra il ginocchio che la sua mamma gli aveva cucito fino a quel momento.
Quattordici anni e un paio di pantaloni lunghi: ora era ufficialmente un uomo e come uomo doveva prendersi le responsabilità della vita.
Guardava i paesi e il fiume, gli uliveti e i campi di grano nel panorama che da lì arrivava all’orizzonte e che era il mondo che Menico aveva sempre visto e conosciuto.
Ora che era un uomo non poteva più stare appresso alle lucertole come i suoi compagni; né poteva più giocare a scalare gli alberi e da lassù colpire con la fionda i topi che scorazzavano nella campagna. Ora doveva pensare più in là del suo paese, più in là di Cenzo che tutti i giorni si ubriacava al bar della piazzetta e della Pina che se l’andava a riprendere in ciabatte e grembiale da cucina sporco di farina o chiazzato d’olio e pomodoro.
Cos’è che aveva visto in TV? Cos’è che aveva letto sul giornale che suo padre tutti i giorni sfogliava alla sera nella sua poltrona in similpelle marrone?
Bambini uccisi mentre in coda andavano a prendere una bottiglia d’acqua e un po’ di farina in un villaggio distrutto dalle bombe lanciate dalla malvagità dell’uomo.
Anziani lasciati soli su carrozzelle sporche in stanze ancora più sporche in strutture fatiscenti.
Relitti di barche di legno alla deriva, che avevano portato donne, neonati, ragazzini che volevano solo vivere la propria vita sotto il sole di tutti e come tutti.
Padri di famiglia disperati per non avere di che sfamare i figli perché il lavoro non c’è.
Bambini, donne, uomini uccisi dalla violenza di altri uomini e donne, cresciuti in posti dove la violenza è l’unica realtà di ogni giorno.
Menico tremava. Per la vergogna di vivere in quel mondo, per la rabbia di sentirsi impotente, per la voglia di mettere le cose a posto.
Ora lui era un uomo ed era suo compito pensarci.
Così aveva deciso: sarebbe sceso fino alla città, con i suoi quattordici anni e i suoi pantaloni lunghi; in quella città dove abitavano tutti quelli che potevano risolvere tutte queste cose, e avrebbe parlato con loro: li avrebbe convinti che tutto questo era sbagliato, che dovevano prendersi ognuno le proprie responsabilità e mettere le cose a posto.
Ora era sera, ma l’indomani avrebbe preso il pulman verde, che si fermava davanti alla chiesa, e sarebbe arrivato fino alla città; e lì sarebbe andato a bussare alle case di chi comandava e poteva.
Quella notte Menico dormì poco: dentro di sé ripeteva le frasi che avrebbe pronunciato l’indomani e con le quali avrebbe convinto quelli che comandavano.
Sì, più se le diceva più si convinceva che quelle persone non avrebbero potuto non capire che lui aveva ragione, che c’era bisogno di cambiare le cose nel mondo.
Al mattino presto si alzò, si lavò per bene col sapone profumato della mamma e si pettinò con cura: doveva essere impeccabile se voleva fare buona impressione su quelle persone così importanti.
Si guardò allo specchio e pensò che poteva andare bene così, e che quell’ombra di peluria sopra il labbro gli dava ancora di più l’aspetto di un uomo fatto.
Uscì di casa appena sentì il pulman strombazzare nelle curve prima si entrare in paese, e si mise ad aspettare, impettito e sicuro di sé, sotto la pensilina davanti alla chiesa. Fece dentro di sé un preghiera alla Madonna delle Grazie che si trovava dentro la chiesa, ma senza darlo a vedere: un uomo, quale lui era, certe cose non le faceva davanti a tutti come la sua mamma o tutte le altre donne del paese.
Menico vide il muso verde dell’autobus arrivare da dietro la fontana a tre cannelle, dove fino a qualche giorno prima si era rinfrescato, sudato e stanco dopo i suoi giochi di bambino.
Il pulman si fermò proprio davanti a lui e la porta si spalancò senza che ci fosse nessuno ad aprirla.
Salì i due gradini e stava per andare a sedersi nelle prime file quando l’autista, un signore dal naso grosso e la camicia azzurra troppo stretta, gli domandò:
“Mi fai vedere il biglietto?”
Menico ristette, cercando di capire cosa quell’uomo stava dicendo.
“Dove devi andare?” chiese ancora l’autista.
“Devo andare in città. Devo sbrigare cose molto importanti”.
Non gli sembrava che spiegare per filo e per segno a quell’uomo quello che doveva fare fosse importante in quel momento. Ma anche lui avrebbe capito dopo che a causa delle sue parole, quelle che si era ripetuto per tutta la notte, le cose nel mondo sarebbero cambiate per i bambini, le donne, gli anziani...
“Ma il biglietto? Ce l’hai il biglietto per dove devi andare?” insisteva l’uomo con la camicia azzurra.
Menico i biglietto non ce l’aveva, e non sapeva neanche che per prendere il pulman ce ne volesse uno, come quello per entrare al cinema dell’oratorio la domenica pomeriggio.
“Non ce l’ho” rispose Menico confuso.
“E allora fanne uno oggi e domani potrai prendere il pulman per la città” disse l’uomo.
Menico scese e si fermò sotto la pensilina. Vide le porte chiudersi e il pulman scomparire dietro la curva in fondo al paese.
Ci voleva un biglietto per andare in città e cambiare il mondo; e lui non aveva i soldi per comprarlo.

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