mercoledì 1 aprile 2026

Come avvenne che gli alieni non invasero più la terra

foto dal web
Il primo attacco iniziò alle 9 di mattina. 

Dieci oggetti oblunghi, riflettenti la luce del sole e che, a occhio nudo, misuravano almeno un ventina di metri di lunghezza, scesero in formazione compatta verso il paese.
Giunti a una cinquantina di metri d’altezza cominciarono a sparare convogliando la loro forza di fuoco su oggetti specifici: un semaforo, un albero, un furgoncino del latte, una panchina.
Ognuno di questi oggetti fu completamente disintegrato, compreso tutto il terreno su cui si trovava.
Mentre ancora gli obbiettivi della loro incursione stavano crollando a terra sbriciolati, gli oggetti non identificati virarono con una velocità e inclinazione impossibile per un velivolo terrestre e sparirono in alto.
In verità, poiché l’azione era stata compiuta nel più assoluto silenzio, nessuno, se non Branaghan lo spazzino, vide o si accorse di nulla. Bannack non è una città molto sveglia a quell’ora del mattino.
E anche quando l’uomo che puliva ogni giorno le strade della simpatica cittadina del Montana, quasi al confine con l’Idaho, provò a spiegare cosa aveva visto, nessuno gli credette: le abbondanti quantità di rum che sin dal mattino lo tenevano in piedi per svolgere quel lavoro che gli permetteva di acquistare il rum stesso, erano una spiegazione sufficiente agli abitanti del paesino per non credere a nulla di ciò che diceva.
Ma stava di fatto che il semaforo, l’albero di fronte la casa del sindaco, una panchina e il furgoncino del latte di Ramon era diventati cenere.
Soprattutto Ramon ebbe a protestare: senza il furgoncino comprato con la vincita alla lotteria della contea, come avrebbe potuto continuare a lavorare? E tutti quelli che gli vendevano il latte da portare in giro a chi si sarebbero rivolti, ora? Chi si sarebbe avventurato fino a Bannack dai paesi vicini per portare le bottiglie del latte se non un abitante del paese stesso? Perché portare il latte fino a Bannack non era mai stato un vero affare…
Avvisato da Branaghan, lo sceriffo di Bannack, che tutti chiamavano Jeff ma di cui nessuno conosceva il cognome, si trovò così costretto a lasciare il suo ufficio e, in compagnia di Rudy il vice sceriffo, andò a constatare quello che era successo.
Jeff, lo sceriffo, passò tutta la mattinata andando avanti e indietro dal punto dove si trovava la panchina a quello dove stava il furgone di Ramon, all’incrocio dove pendeva il semaforo. Ma non ci capì niente, non volendo credere neanche lui alle parole di Branaghan.
Alla fine decise di chiamare la polizia della contea per segnalare il fatto e ordinò a Branaghan di ripulire le strade piene di detriti.
Il secondo attacco si verificò verso le due del pomeriggio, quando ogni abitante di Bannack è impegnato a fare qualcosa che si possa fare in casa, e non altrove.
Ogni abitante tranne Branaghan, che a quell’ora ha finito di ripulire le strade della cittadina e aspetta che arrivi l’ora decente per andare a sedersi al bar di Pet e Sally e tirare a fare notte in compagnia di qualche altra bottiglia di rum.
Infatti fu Branaghan che vide ciò che accadde: ancora dieci oggetti oblunghi scesero in picchiata su Bannack e, arrivati a una cinquantina di metri dal suolo, spararono e disintegrarono la cassetta della posta della Libera e Ubiqua Università del Montana, la fila di panni stesi di Miss Bakery (maestra in pensione) e l’albero di cipresso di Mike Bradbury, che comunque era già completamente rinsecchito e doveva essere tagliato; perciò questo alla fine si rivelò un fatto a favore di Mike.
Branaghan corse a chiamare lo sceriffo Jeff che usci malvolentieri dalla sua casa, soprattutto perché pensava che lo spazzino avesse ancora i postumi della sbronza del mattino in attesa di quella della sera.
Ma si dovette arrendere davanti a ciò che restava della cassetta della posta, del cipresso di Mike e soprattutto dovette cedere alle urla della anziana Miss Bakery che protestava perché proprio quella mattina aveva lavato tutte le tovaglie da tavolo di sua nonna, e ora non ne restava che un grosso mucchio di cenere. E voleva che qualcuno facesse qualcosa.
La polizia della Contea non era ancora arrivata, anche perché aveva dichiarato lo sceriffo Jeff, non gli era sembrata molto convinta di quella chiamata così strana, per cui avrebbe raggiunto Bannack solo l’indomani.
Così lo sceriffo non fece che chiedere a Branaghan di riprendere scopa, paletta e bidone e pulire la strada.
Il terzo attacco avvenne alle nove di sera, ripetendo lo schema solito: dieci oggetti oblunghi scesero in picchiata su Bannack e, arrivati a una cinquantina di metri dal suolo, spararono tutti insieme come un sol colpo e disintegrarono, questa volta, la mucca di John Durbridge, il triciclo (abbandonato in giardino) di Coole, il figlio di Eberard Brenner e l’insegna del negozio di pesca di George Adler.
La mucca di John Durbridge fu il primo (e unico) essere vivente vittima degli attacchi di quegli oggetti non identificati.
E anche questa volta fu solo Branaghan, di antica discendenza irlandese come suggerisce il nome, a vedere tutta la scena. Infatti a quell’ora della sera a Bannack chi non si trova nel bar di Pet e Sally a sbronzarsi è a casa propria davanti alla TV o alla radio.
Branaghan era invece uscito proprio in quel momento per svuotare la vescica sotto il grande olmo del Montana davanti al bar.
Così fu accecato da una gran luce, prodotta dai raggi che stavano disintegrando la mucca di John, e poté seguire con gli occhi lo stesso raggio completare l’operazione.
E fu così che qualcuno nel bar sentì Branaghan che imprecava perché si era bagnato le scarpe semi nuove che aveva ai piedi, le uniche che non fossero quelle da lavoro.
Questa volta Jeff lo sceriffo era al bar, già abbastanza brillo ma non tanto da non capire che gli sarebbe toccato lasciare a metà il boccale di birra rossa che aveva davanti e che si sarebbe dovuto fare un’altra scarpinata per guardare in giro i danni fatti dall’ultimo raid alieno; o di qualunque natura fossero quelle cose nel cielo.
Alla notizia che qualche altro pezzo di Bannack era stato polverizzato da chissacchì, un paio di avventori del bar uscirono sulla soglia e videro Branaghan che si stava ancora guardando le scarpe bagnate e le stava anzi mostrando con aria risentita a Jeff lo sceriffo, che annuiva abbastanza convintamente.
I due avventori tornarono alle loro faccende da bar, mentre lo spazzino e il sindaco si avviarono, con qualche mancamento, specie da parte di Branaghan, verso il negozio di articoli da pesca di George Adler e presero a fissare quello che restava dell’insegna: praticamente niente; c’era solo il buco in cui c’era stata la scritta.
A questo punto, scambiate due parole, sia Jeff che Branaghan tornarono al bar e la cosa fu provvisoriamente chiusa lì perché, come disse a tutti il sindaco, per quella sera non si poteva fare comunque niente. Nessuno, nel frattempo, aveva toccato il suo boccale di birra a metà.
Quella sera, a tarda ora, forse la mezzanotte o più, Branaghan stava rientrando a casa.
Seguiva gli alberi del viale davanti al bar di Pet e Sally, dopo aver girato sulla destra, e sapeva di dover voltare al diciottesimo platano: si regolava così perché dopo l’abbondante libagione giornaliera l’unica cosa che riusciva a fare era contare.
Il quindicesimo platano era già passato, quando sentì come un vento superarlo sulla destra e qualcosa di massiccio e scuro gli si parò davanti.
Branaghan ristette e cercò di capire cosa stesse succedendo.
D’un tratto l’oggetto, alto più o meno un paio di metri e largo uguale, si aprì e ne uscì una scaletta da cui scese qualcosa.
Non era un essere umano, perché non aveva gambe né braccia articolate come un uomo, ma sembrava più che altro una palla, che rimbalzava invece di camminare.
La cosa, rimbalzando appunto, arrivò davanti a lui e quella che poteva essere la testa cominciò pian pano ad illuminarsi. Poi si aprì una fessura e da lì iniziarono ad uscire suoni che l’onesto spazzino non comprendeva.
Era forse una lingua che non aveva mai sentito? Qualche dialetto dell’Idaho? O era solo il rum che continuava a viaggiare nel suo corpo e aveva raggiunto il cervello?
La cosa davanti a lui intanto continuava ad emettere suoni incomprensibili e aveva anche preso a fare una strana danza, ballonzolando a destra e a sinistra. A Branaghan sembrava come un uomo che si altera e prenda a gesticolare vorticosamente.
La cosa indicava infatti, con corte escrescenze che uscivano dal corpo, alcuni punti tutt’attorno. Alla fine Branaghan capì che stava additando i luoghi che erano stati colpiti durante la giornata dagli oggetti scesi dal cielo.
D’un tratto la cosa smise di muoversi e di emettere suoni.
Ci fu silenzio perché anche Branaghan stava fermo e muto.
Poi la cosa riprese la sua danza e il suo vociare indistinto, sempre più frenetico e urlante e, così parve all’uomo, arrabbiato.
Ad un certo punto a Branaghan sembrò finalmente di capire qualcosa degli strani suoni che la cosa ballonzolante emetteva.
Ci mise un po’ ma alla fine fu sicuro che quell’essere, da qualunque parte dell’universo o della contea stesse venendo, stava dicendo in ua lingua che ora poteva capire:
“E allora sai che c’è? Vi abbiamo bombardato stamattina e nessuno di voi si è preoccupato di niente! Vi abbiamo bombardato a mezzogiorno e avete fatto lo stesso! Vi abbiamo colpito stasera e avete continuato a sbevazzare al bar e a guardare la TV a casa! Sai che c’è? Noi ce ne andiamo! E voi, andatevene tutti a fare in buca!”
E così dicendo, la cosa ballonzolò fino alla sfera da cui era sceso, salì la scaletta e l’oggetto scuro ripartì saettando silenziosamente.
Branaghan rimase interdetto per un po’.
Ecco chi erano quelli che avevano sparato a Bannack, si disse. Ma che volevano? Perché quel tizio era così scalmato e arrabbiato?
E quelle parole alla fine? “Andatevene tutti a fare in buca”… gli sembrava la stessa espressione umana di quando qualcuno ti manda a…
Mah, non erano affari suoi.
Per un attimo penso di andare a casa di Jeff lo sceriffo e riferirgli quello che aveva visto e sentito.
Ma poi Jeff gli avrebbe creduto? E, soprattutto, a quell’ora era in grado di capire qualcosa o il numero di birre era stato superiore a quelle che si convengono ad uno sceriffo sempre in servizio?
E poi, sinceramente, era una cosa importante?
Neanche fosse arrivata la fine del mondo… 


N.B.: La città di Bannack esiste realmente e si trova proprio nel Montana, nella Contea di Beaverhead, sull’omonimo fiume Beaverhead, non lontano da Dillon, ai confini con l’Idaho. O almeno esisteva fino al 1970 quando divenne una ghost town, cioè una città fantasma. Fondata nella seconda metà dell’Ottocento fu la prima città di quella zona dove si instaurò una colonia di cercatori d’oro. Raggiunse i 3000 abitanti e divenne ben presto anche la capitale del Montana. Esauritesi le miniere d’oro, cominciò pian piano a svuotarsi fino al 1970, quando morì l’ultimo residente.



domenica 15 febbraio 2026

Il metabolismo dei glucidi (ultima parte)

(foto dal web)
 (qui e qui le altre due parti)

Anche stavolta non le interessava chi ci aveva lavorato, ma come continuava la
trama. Lesse avidamente dal punto dove aveva iniziato lei la sera prima e anche adesso scoprì le solite correzioni. Stavolta mancava addirittura un personaggio femminile che lei aveva deciso di inserire per dare una venatura romantica alla storia; tutte le parti in cui la donna compariva erano state cancellate o riscritte. Evidentemente il racconto doveva rimanere, nella mente del suo anonimo benefattore, di pura fantascienza. Ed infatti le pagine scritte da 'quell'altro' continuavano con la descrizione di stanze futuribili in cui questi nuovi organismi mutanti e mutati venivano riposti in attesa di decidere la loro sorte. Poi qualcosa che poteva essere una nave spaziale in miniatura atterrava al centro della stanza e delle creature uscivano e contrattavano con gli umani sulla possibilità di portarsi via gli organismi.

Laura non riusciva a capire se il racconto era umoristico o serio; ma quello che le interessava era che filava benissimo e Bergonzi l'avrebbe accettato di corsa. E magari gliene avrebbe chiesto un altro. Praticamente sarebbe stato l'inizio della sua carriera di scrittrice.

Era troppo presa dall'entusiasmo per capire che si era seduta davanti alla macchina da scrivere e aveva cominciato a battere sui tasti freneticamente, quasi avesse paura che quel momento passasse e le idee che aveva in testa andassero perdute. Perché era vero che c'era 'quell'altro' che lavorava per lei, ma era anche vero che la sua vena artistica si era risvegliata all'improvviso e tutto le risultava facile. Tanto poi, comunque, sempre 'quell'altro' avrebbe ripulito tutto.

D'un tratto capì che c'era uno strano suono che veniva da qualche parte della casa e si fermò. Uscì dalla stanza e realizzò che era il telefono. Guardò istintivamente l'orologio e si accorse che erano le nove passate; questo significava che sarebbe dovuta essere da un pezzo al lavoro. Lasciò squillare il telefono fino a che non smise; doveva avere il tempo di trovare una scusa plausibile. Immediatamente, però, iniziò a vibrare il telefono cellulare, e qui le scattò la scintilla: avrebbe risposto con una voce estranea, dichiarando di essere un'amica venuta ad assisterla perché lei stava male. Sperava solo che come scusa funzionasse.

Andò tutto bene, ma che, mi raccomando, la signora Laura si facesse fare un certificato medico. Era possibile che la sua capo ufficio, con cui lavorava da dieci anni, non aveva riconosciuto la voce?

La cosa, comunque, era risolta ed era ora di tornare al racconto. Nonostante fossero passati pochissimi minuti, vide che il testo che aveva scritto poco prima era stato già corretto e che c'erano anche alcune decine di righe in più. Questo fatto continuava ad entusiasmarla.

- sei -

Durò tutto ancora un paio di giorni, in cui rimase a casa con “una fastidiosissima cefalea accompagnata da nausea e vomitò” (non è che sei incinta? le aveva chiesto Elena). Andò a fare il riposino anche dopo pranzo, contrariamente alle sue abitudini, proprio per dare più tempo al misterioso correttore di lavorarci su.

La sera del secondo giorno, dopo cena, quando tornò nello studio, vide che nella macchina da scrivere c'era un foglio scritto per metà, dove faceva bella mostra di sé un FINE in carattere maiuscolo e centrato.

Tolse il foglio dalla macchina e continuò a guardarlo, quasi con commozione. Poi lo mise sotto tutti gli altri, posò il blocco nuovamente di fianco alla macchina e fece un grosso sospiro di soddisfazione, gettandosi contro la spalliera della sedia. Era proprio felice, felice di tutto, avrebbe abbracciato il mondo intero se avesse potuto.

Non ricordava, però, che Asimov, nella foto di fianco alla macchina da scrivere, facesse l'occhiolino.

 

Fine 


mercoledì 11 febbraio 2026

Il metabolismo dei glucidi (seconda parte)

(foto dal web)
(Qui la prima parte)  

Nessuno aveva le chiavi di casa sua, tranne Elena; ma quella era a mala pena
capace di compilare un modulo per raccomandata e senza la ricevuta di ritorno. E poi a nessun altro aveva confidato del racconto che non riusciva a scrivere.

E se fosse stata lei, quella notte, quando si era svegliata? probabilmente si era alzata, aveva ripensato al sogno e aveva buttato giù quelle righe, quasi in trance.

No, non poteva essere, alla fine se ne sarebbe ricordata al mattino; anche perché scrivere tutte quelle pagine avrebbe richiesto almeno un'ora e mezza buona, oltre alle sue 2-3 sigarette. E nella stanza non c'era traccia di cicche, visto che alla sera, come sempre, aveva svuotato tutti i portacenere; odiava il tanfo del fumo nelle stanze.

Comunque sedette alla macchina e cominciò a scorrere i fogli; era un racconto, e scritto anche bene. Narrava di una strana mutazione genetica basata, appunto, sul metabolismo dei glucidi, spiegata anche con formule chimiche e descrizioni di fenomeni biologici di cui lei non immaginava neanche l'esistenza.

A questo punto provò a continuare a scrivere qualcosa. Riusciva a seguire bene la narrazione e le parole le uscivano fluide dalle dita, i periodi si collegavano l'uno all'altro con facilità.

Andò avanti per più di un'ora e, quando guardò l'orologio a pendolo sulla parete di fronte a lei, era già ora di cena.

Lesse tutto d'un fiato quello che aveva scritto e le pareva che fosse coerente con la parte precedente. Guardava e riguardava tutto il lavoro fatto fino a quel momento, il suo e quello di chissà chi, e la gioia per aver risolto il problema di presentare qualcosa a Bergonzi le fece dimenticare il fatto che non era normale trovare dieci pagine apparse dal nulla sulla scrivania.

Chiuse tutto nel cassetto, quasi per evitare che sparisse così come era comparso, e andò a prepararsi da mangiare.

- quattro –

Con la tazza della tisana in mano tornò nello studio e sedette davanti alla macchina da scrivere. Tirò fuori dal cassetto il blocco dei fogli scritti e se li mise davanti; quindi rilesse gli ultimi paragrafi per riprendere il filo della narrazione e buttare giù la parte di racconto che aveva elaborato nella sua testa durante la cena.

C'era però qualcosa che non andava. Continuava a rileggere e le sembrava che la storia, si, fosse quella, ma le parole fossero cambiate, le frasi diverse. Qualcosa era come ricordava di averlo scritto, altro ci assomigliava abbastanza, altre parti era sicura che non fossero farina del suo sacco. Insomma era come se qualcuno avesse corretto tutto quello che lei aveva scritto. Ed aveva fatto anche un ottimo lavoro.

Ma a questo punto aveva già deciso che non le interessava più sapere come quella roba fosse arrivata lì e come facesse a procedere la faccenda.

Si ributtò a capo fitto nel lavoro e andò avanti fin quasi a mezzanotte, quando gli occhi ormai le bruciavano e sentiva che mettersi a letto avrebbe significato un sonno immediato e meritato.

- cinque –

Il ‘ring’ della sveglia la fece sobbalzare come sempre, e il primo pensiero non fu per la nuova giornata di lavoro ma per la domanda più ovvia: cosa sarà successo stanotte?

Inforcò gli occhiali mentre era già a metà strada in corridoio, ma nonostante l'impeto si fermò davanti alla porta chiusa dello studio, con la mano sulla maniglia. Aveva quasi paura di non trovare più niente, neanche la macchina da scrivere o addirittura la stanza intera. Aprì la porta e gli occhi le andarono subito al tavolo; anche da qui si vedeva che il numero dei fogli del dattiloscritto era aumentato dalla notte precedente.

Arrivò al tavolo e guardò il numerino in fondo all'ultima pagina: diceva che 'qualcuno' aveva aggiunto ben venticinque pagine al racconto, che ormai stava diventando quasi un romanzo.

(continua) 



lunedì 9 febbraio 2026

EVELINA MARI’

(foto mia)

È l’ora del cambio turno.

Quell’ora, cioè, in cui i bagnanti che sono arrivati di primo mattino cominciano a raccogliere ombrelloni, sdraiette e spiaggine e lasciano il posto ai nuovi arrivi, quelli che forse rimarranno anche per un pranzo veloce sulla spiaggia e un bagno pomeridiano.

Per lo più famiglie a cui non interessa che il sole a quell’ora è troppo forte per i bambini come ogni anno, ad ogni inizio estate, ripete la tivvù.

Lui giocherella con i piedi sulla battigia, facendo salterellare qualche pietra ogni tanto in acqua. Scruta la gente che passa, cercando di capire qualcosa delle loro vite da come camminano, da come si vestono, da come guardano essi stessi gli altri di sottecchi.

Ha già fatto il bagno e si sta asciugando.

Lei cammina un po’ su e giù senza allontanarsi dalla zona dell’ombrellone; cerca pietre a forma di cuore che poi metterà insieme alle altre sul tavolo sulla veranda di casa.

Lui è un tipo anonimo, sui 65 anni, coi capelli rasati a zero (ma che stanno ricrescendo) e un pizzetto ormai quasi completamente bianco. È un po’ appesantito, ma non è grosso.

Lei ha qualche anno più di lui, ma li porta molto meglio, dando più di qualche punto a molte sessantenni rifatte. Ha capelli lunghi e chiari, raccolti in una coda, e un costume a due pezzi verde scuro a disegni più chiari.

Lui e lei staranno ancora una mezz’oretta, forse faranno un altro bagno; poi torneranno a casa.

Una famiglia, padre, madre e una bambina di un paio di anni, occupa l’ombrellone vicino al loro. Non fanno molto rumore, ma la donna fuma in continuazione e questo da fastidio a lui, gli impedisce quasi di respirare quando il fumo lo raggiunge. È anche per questo che preferisce stare sulla battigia anche se il sole è forte. Dovrà ricordare di portarsi il panama, domani.

Una coppia con un grosso cane arriva di corsa, disinteressandosi che il suo passaggio da fastidio agli altri, li obbliga a farsi da parte e costringe le mamme a tenere vicino a sé i bambini, perché non si sa mai quale può essere la reazione del cane a qualche movimento brusco dei piccoli.

È appena passato quello degli aquiloni, un vucumprà che tutte le mattine fa il giro per vendere la sua mercanzia: improbabili occhiali da sole firmati, marsupi in finta pelle, girandole multicolore e, appunto, bellissimi aquiloni lasciati a solcare liberamente il cielo. In tutti questi giorni, lui non l’ha mai visto venderne uno, ma è sicuro che da qualche parte e in qualche altro giorno, qualcuno glieli avrà acquistati. O almeno così spera.

Altri vucumprà passano tutti i giorni: quello dei salvagenti, quello degli occhiali, quello degli asciugamani da bagno, quello delle tovaglie e delle lenzuola…

Oggi la schiera dei vucumprà si arricchisce di una nuova entrata.

Una donna con una bambina di un paio d’anni (o forse meno) in braccio e una specie di piccolo appendino nella mano destra, da cui scendono braccialetti di plastica, coloratissimi e palesemente senza alcun valore.

Che senso ha camminare sotto il sole per ore, con una bambina in braccio, per cercare di vendere quella paccottiglia che grida: non mi comprare! ad ogni passo strascicato sulla spiaggia?

O è la bambina che deve attrarre la compassione della gente?

La donna, forse sudamericana viste le forme generose e l’ancheggiare deciso (o è il peso della bimbetta a farla camminare così?), si avvicina ad ogni ombrellone, scruta i volti di ognuno che sta sdraiato sul lettino o sulla tovaglia sulla sabbia, cerca un appiglio con occhi, e quando decide che non funzionerà provare a parlare, tira avanti.

La donna col costume verde scuro ora si trova sotto l’ombrellone e cerca qualcosa nella borsa di paglia. Si volta per cercare lui, per sapere se è ora di raccogliere e andare o se si daranno ancora tempo per un altro bagno o un altro po’ di sole.

E in quel momento gli occhi della venditrice di braccialetti e collanine incrociano quelli di lei.

- Ciao, signora. Vuoi un braccialetto?

Lei vede anzitutto la bimbetta e gli occhi le restano appuntati lì.

Ha i ricci scuri che le partono dalla fronte come incollati da un artista, come quelli della madre. Non vede il colore degli occhi, perché ha il sole davanti, ma devono essere scuri: non ha mai visto una sudamericana con gli occhi chiari. Le braccine, nude, e le gambette che escono da un pagliaccetto multicolore, sono paffute.

- Vuoi un braccialetto, bella signora?

Lui vede la scena da poco lontano, ma non distingue bene le parole, un po’ per il rumore del mare, un po’ per la gente che rumoreggia sulla battigia; un po’ perché il suo udito lo sta abbandonando poco alla volta.

Si avvicina, ma senza entrare a fare gruppo sotto l’ombrellone.

- No, ti ringrazio, non mi serve niente – risponde la donna col costume verde che ora ha compreso la situazione.

- Un braccialetto, dai… Così vendo qualcosa – insiste la mamma.

- No, davvero, ne ho già, vedi? – e le mostra quelli che ha ai polsi.

- Va bene, grazie lo stesso – quasi mormora la donna, e fa per andarsene.

Poi si volta e dice:

- Mi dai qualcosa per comprare una bottiglietta d’acqua? Fa caldo…

Lei guarda la bimbetta, la donna e poi torna a rimestare nella borsa di paglia.

Ma non trova niente; sembra desolata.

Lui ha capito e con un gesto le indica la sua borsa, nascosta sotto il telo da bagno sulla sedia.

Lei afferra l’invito e si mette a frugare nella borsa di lui. Tira fuori una moneta (un euro? Due?) e la porge alla donna.

- Grazie, bella signora! - afferra la moneta, la guarda, fa ancora grazie col capo e si dirige verso il bar dello stabilimento lì a fianco.

Lui e lei si guardano, siedono sulle sedie e parlottano sotto voce.

Qualche minuto e la donna con la bambina esce dal bar e scende verso la battigia. Ha in mano una bottiglietta d’acqua da cui sta bevendo; poi la offre alla bimbetta.

La bambina afferra la bottiglietta e beve con sete, versandosi un po’ d’acqua sul pagliaccetto multicolore.

La donna ripassa davanti a lui e a lei, si ferma un attimo e si gira verso l’ombrellone.

- Dai, prendi un braccialetto, te lo regalo! Sei stata gentile con me…

- No, non ti preoccupare, fai finta che l’ho accettato.

Le due donne si guardano. Lei dice, facendo segno col mento verso la bambina:

- Come si chiama?

- Evelina Marì.

- Bel nome – dice lei.

Si scambiano ancora qualche sguardo. Poi la donna se ne va.

Lui e lei la osservano andare via, dalla parte da cui è venuta.

Questa volta non si ferma sotto nessun ombrellone e si allontana in fretta.

Lui vede qualcosa che riluce vicino la borsa di paglia. Si alza, lo prende e lo da a lei:

- Guarda, un braccialetto… le deve essere caduto.

Lei si alza e si affretta nella direzione verso cui è andata la donna, che ora si vede distante, quasi nascosta dagli altri ombrelloni.

- Signora! Hai perso questo!

Ma la donna non si gira, certamente non ha sentito.

- Evelina Marì, il braccialetto - Prova ancora lei, ma con meno convinzione.

Quando la donna sparisce tra i bagnanti del secondo turno, lei torna indietro e siede di fianco a lui.

- Peccato, le è caduto… - dice rigirandosi tra le mani il braccialetto di plastica colorata.

- O l’ha fatto cadere – le sussurra lui.

Il metabolismo dei glucidi (prima parte)

(foto dal web)
 - uno -

Quella maledetta macchina da scrivere rimaneva ferma, immobile.

Si, lo sapeva che le macchine da scrivere generalmente non vanno da sole, se qualcuno non batte sui tasti. Ma quel titolo, "Il metabolismo dei glucidi", non aveva senso. Come era venuto in testa a Bergonzi di proporle quel compito?

Laura guardava l'Olivetti lettera 72, quella gloriosa, mitica, di suo padre, e il volume che c'era di fianco, sul tavolino. Era tutta colpa sua, di quel libro, quell'antologia a cui aveva collaborato l'anno prima, se ora si ritrovava nei pasticci.

Bergonzi, il curatore del volume di esordienti in cui c’era anche il suo "L'omino degli scacchi”, vincitore a Cattolica in una sotto sotto sotto sezione del Mystfest l'anno prima, l'aveva richiamata all'inizio dell'autunno, chiedendole un altro racconto. Questo avrebbe dovuto essere inserito in un nuovo volume che sarebbe dovuto uscire nel marzo successivo. La particolarità di questo nuovo libro era che tutti i racconti dovevano avere lo stesso titolo, "Il metabolismo dei glucidi".

Laura aveva accettato immediatamente. Non le sembrava vero che fosse toccato proprio a lei la fortuna non solo di vedersi pubblicare un racconto all'esordio, ma che questo racconto vincesse qualcosa e che, ora, le fosse addirittura chiesto un altro lavoro. Nemmeno al grande Asimov, di cui aveva una foto alla macchina da scrivere, incorniciata sul tavolo, era toccata questa sorte: lui aveva dovuto scrivere decine e decine di racconti prima che arrivasse l'agognata richiesta.

Ma il lavoro di quasi una settimana aveva prodotto solo un cestino pieno di fogli appallottolati e lo scoraggiamento più totale. Ormai era convinta che la scrittura non facesse per lei, che era stato tutto un gioco, anche se molto bello e fortunato, e che ora era meglio tornare coi piedi per terra.

Si alzò, guardò un'ultima volta la macchina, con un misto di fastidio, sfida e senso di sconfitta, e lasciò la stanza.

La notte porta consiglio, si dice, e Laura sperava di risvegliarsi con il coraggio di telefonare a Bergonzi e dirgli che era lusingata del suo interessamento ma che non se ne faceva niente. Se voleva un motivo, poteva sempre dire che era già impegnata con qualcosa d’altro, tanto per non precludersi un'eventuale altra occasione. Si, sicuramente questa era la cosa giusta da fare, e l'avrebbe fatta. Domani.

- due –

Eppure leggere quei racconti di Asimov le dava solo una gran voglia di tornare di là e riprovare ancora. Laura non riusciva ad addormentarsi senza prima aver letto almeno una pagina del libro che aveva sul comodino, e in quel momento stava rispolverando un po' di classici. Vedere come il maestro della fantascienza riusciva a snocciolare storie su storie, parola dopo parola, un'invenzione dopo l'altra, le dava la carica, sentiva quasi le sue gambe che la imploravano di alzarsi e andare a rimettersi alla macchina.

Ma era stanca e l'indomani l'aspettava un'altra giornata d'ufficio, otto ore allo sportello, in bocca a clienti affamati di tempo da non perdere, di reclami da fare e di lamentele perché era da una settimana di fila che pioveva.

Chiuse il libro, spense la luce e si addormentò all'istante; era sempre così.

Aprì gli occhi e fissò la radiosveglia: 2:47. Aveva ancora davanti 4 ore buone di sonno ed era abbastanza imbambolata da sapere che si sarebbe subito riaddormentata. Però un pensiero al 'metabolismo' le scappò: cos'era quella cosa che aveva appena sognato? non ricordava bene, ma era sicura che, in sogno, aveva detto a qualcuno che quella storia poteva andare bene per il racconto che doveva scrivere. Ma non riusciva proprio a ricordare, per quanto si sforzasse, e questo l'infastidiva. Presa da questi pensieri alla fine non capì più se era ancora sveglia o stava già dormendo.

- tre –

La radiosveglia scattò alle 7 in punto e Laura sobbalzò al suo ‘ring’, come tutte le mattine.

Doccia, colazione, bicicletta e al lavoro; questi erano i suoi impegni immediati, nell'ordine.

Passò davanti alla stanza dove troneggiava l'Olivetti col foglio in canna, pronta a sparare tutte le parole che lei le avesse ordinato di scrivere, ma che ancora non aveva prodotto niente di decente. Certo, sapeva che la colpa era sua e non della macchina; ma era tranquilla, perché sotto la doccia aveva finalmente deciso di fare quella telefonata a Bergonzi, magari nel pomeriggio, al rientro. Aprì un attimo la porta e lanciò un'occhiata di sfida a tutto quello che le cadde sott'occhio: il suo mondo segreto di scrittrice. Richiuse ed iniziò la giornata.

Normale amministrazione, quel giorno, al lavoro, compresa la pausa pranzo con Giulio, la solita mezza promessa di rivedersi per il fine settimana (era così da almeno tre mesi, ma alla fine non si era mai combinato niente), la pedalata rilassante per rientrare a casa.

Ancora una doccia per lavare via tutto lo stress accumulato e poi avrebbe preso il telefono e contattato Bergonzi per liberarsi dall'incubo 'metabolismo dei glucidi'.

Non aveva memorizzato nel telefonino il numero di Bergonzi, perciò dovette andarlo a cercare nell'agenda sul tavolo dello studio. Stava cercando sotto la B, quando con la coda dell'occhio notò che nella macchina da scrivere era inserito un foglio e che era anche scritto per metà. Ricordava però perfettamente che la sera prima aveva gettato nel cestino l'ennesima pagina con qualche riga inutile.

Si avvicinò e scorse velocemente quello che c'era scritto.

La frase in testa alla pagina era a metà, segno che, probabilmente, c'era un altro foglio precedente a quello. Prese a cercare e trovò di fianco alla macchina, proprio sotto la foto di Asimov, un blocco di una decina di pagine, numerate in fondo e con un titolo che lei conosceva bene: "Il metabolismo dei glucidi".

Solo allora si fece strada nella sua testa la domanda più ovvia: chi aveva scritto quelle pagine?

(continua) 

IL MONDO DI MENICO

(quadro di Stefano Calisti)

Con lo sguardo planava sul turchese della pianura per perdersi in tutte le sfumature del blu del mare all’orizzonte, dove si affacciava la città, il posto più lontano e più misterioso che potesse immaginare. Era lì che si poteva trovare tutto ciò che la vita poteva offrire, nel bene e nel male. Menico era orgoglioso, seduto sul muretto della piazzetta che dava su quel panorama, dall’alto dei suoi quattordici anni e dei suoi pantaloni nuovi. I suoi primi pantaloni lunghi dopo quelli appena sopra il ginocchio che la sua mamma gli aveva cucito fino a quel momento. 
Quattordici anni e un paio di pantaloni lunghi: ora era ufficialmente un uomo e come uomo doveva prendersi le responsabilità della vita. 
Guardava i paesi e il fiume, gli uliveti e i campi di grano nel panorama che da lì arrivava all’orizzonte e che era il mondo che Menico aveva sempre visto e conosciuto. 
Ora che era un uomo non poteva più stare appresso alle lucertole come i suoi compagni; né poteva più giocare a scalare gli alberi e da lassù colpire con la fionda i topi che scorazzavano nella campagna. Ora doveva pensare più in là del suo paese, più in là di Cenzo che tutti i giorni si ubriacava al bar della piazzetta e della Pina che se l’andava a riprendere in ciabatte e grembiale da cucina sporco di farina o chiazzato d’olio e pomodoro. 
Cos’è che aveva visto in TV? Cos’è che aveva letto sul giornale che suo padre tutti i giorni sfogliava alla sera nella sua poltrona in similpelle marrone? 
Bambini uccisi mentre in coda andavano a prendere una bottiglia d’acqua e un po’ di farina in un villaggio distrutto dalle bombe lanciate dalla malvagità dell’uomo.
Anziani lasciati soli su carrozzelle sporche in stanze ancora più sporche in strutture fatiscenti.
Relitti di barche di legno alla deriva, che avevano portato donne, neonati, ragazzini che volevano solo vivere la propria vita sotto il sole di tutti e come tutti.
Padri di famiglia disperati per non avere di che sfamare i figli perché il lavoro non c’è.
Bambini, donne, uomini uccisi dalla violenza di altri uomini e donne, cresciuti in posti dove la violenza è l’unica realtà di ogni giorno.
Menico tremava. Per la vergogna di vivere in quel mondo, per la rabbia di sentirsi impotente, per la voglia di mettere le cose a posto.
Ora lui era un uomo ed era suo compito pensarci.
Così aveva deciso: sarebbe sceso fino alla città, con i suoi quattordici anni e i suoi pantaloni lunghi; in quella città dove abitavano tutti quelli che potevano risolvere tutte queste cose, e avrebbe parlato con loro: li avrebbe convinti che tutto questo era sbagliato, che dovevano prendersi ognuno le proprie responsabilità e mettere le cose a posto.
Ora era sera, ma l’indomani avrebbe preso il pulman verde, che si fermava davanti alla chiesa, e sarebbe arrivato fino alla città; e lì sarebbe andato a bussare alle case di chi comandava e poteva.
Quella notte Menico dormì poco: dentro di sé ripeteva le frasi che avrebbe pronunciato l’indomani e con le quali avrebbe convinto quelli che comandavano.
Sì, più se le diceva più si convinceva che quelle persone non avrebbero potuto non capire che lui aveva ragione, che c’era bisogno di cambiare le cose nel mondo.
Al mattino presto si alzò, si lavò per bene col sapone profumato della mamma e si pettinò con cura: doveva essere impeccabile se voleva fare buona impressione su quelle persone così importanti.
Si guardò allo specchio e pensò che poteva andare bene così, e che quell’ombra di peluria sopra il labbro gli dava ancora di più l’aspetto di un uomo fatto.
Uscì di casa appena sentì il pulman strombazzare nelle curve prima si entrare in paese, e si mise ad aspettare, impettito e sicuro di sé, sotto la pensilina davanti alla chiesa. Fece dentro di sé un preghiera alla Madonna delle Grazie che si trovava dentro la chiesa, ma senza darlo a vedere: un uomo, quale lui era, certe cose non le faceva davanti a tutti come la sua mamma o tutte le altre donne del paese.
Menico vide il muso verde dell’autobus arrivare da dietro la fontana a tre cannelle, dove fino a qualche giorno prima si era rinfrescato, sudato e stanco dopo i suoi giochi di bambino.
Il pulman si fermò proprio davanti a lui e la porta si spalancò senza che ci fosse nessuno ad aprirla.
Salì i due gradini e stava per andare a sedersi nelle prime file quando l’autista, un signore dal naso grosso e la camicia azzurra troppo stretta, gli domandò:
“Mi fai vedere il biglietto?”
Menico ristette, cercando di capire cosa quell’uomo stava dicendo.
“Dove devi andare?” chiese ancora l’autista.
“Devo andare in città. Devo sbrigare cose molto importanti”.
Non gli sembrava che spiegare per filo e per segno a quell’uomo quello che doveva fare fosse importante in quel momento. Ma anche lui avrebbe capito dopo che a causa delle sue parole, quelle che si era ripetuto per tutta la notte, le cose nel mondo sarebbero cambiate per i bambini, le donne, gli anziani...
“Ma il biglietto? Ce l’hai il biglietto per dove devi andare?” insisteva l’uomo con la camicia azzurra.
Menico i biglietto non ce l’aveva, e non sapeva neanche che per prendere il pulman ce ne volesse uno, come quello per entrare al cinema dell’oratorio la domenica pomeriggio.
“Non ce l’ho” rispose Menico confuso.
“E allora fanne uno oggi e domani potrai prendere il pulman per la città” disse l’uomo.
Menico scese e si fermò sotto la pensilina. Vide le porte chiudersi e il pulman scomparire dietro la curva in fondo al paese.
Ci voleva un biglietto per andare in città e cambiare il mondo; e lui non aveva i soldi per comprarlo.

Come avvenne che gli alieni non invasero più la terra

foto dal web Il primo attacco iniziò alle 9 di mattina.  Dieci oggetti oblunghi, riflettenti la luce del sole e che, a occhio nudo, misurava...