![]() |
| (foto dal web) |
Quella maledetta macchina da scrivere rimaneva ferma, immobile.
Si, lo sapeva che le macchine da scrivere generalmente non vanno da sole, se qualcuno non batte sui tasti. Ma quel titolo, "Il metabolismo dei glucidi", non aveva senso. Come era venuto in testa a Bergonzi di proporle quel compito?
Laura guardava l'Olivetti lettera 72, quella gloriosa, mitica, di suo padre, e il volume che c'era di fianco, sul tavolino. Era tutta colpa sua, di quel libro, quell'antologia a cui aveva collaborato l'anno prima, se ora si ritrovava nei pasticci.
Bergonzi, il curatore del volume di esordienti in cui c’era anche il suo "L'omino degli scacchi”, vincitore a Cattolica in una sotto sotto sotto sezione del Mystfest l'anno prima, l'aveva richiamata all'inizio dell'autunno, chiedendole un altro racconto. Questo avrebbe dovuto essere inserito in un nuovo volume che sarebbe dovuto uscire nel marzo successivo. La particolarità di questo nuovo libro era che tutti i racconti dovevano avere lo stesso titolo, "Il metabolismo dei glucidi".
Laura aveva accettato immediatamente. Non le sembrava vero che fosse toccato proprio a lei la fortuna non solo di vedersi pubblicare un racconto all'esordio, ma che questo racconto vincesse qualcosa e che, ora, le fosse addirittura chiesto un altro lavoro. Nemmeno al grande Asimov, di cui aveva una foto alla macchina da scrivere, incorniciata sul tavolo, era toccata questa sorte: lui aveva dovuto scrivere decine e decine di racconti prima che arrivasse l'agognata richiesta.
Ma il lavoro di quasi una settimana aveva prodotto solo un cestino pieno di fogli appallottolati e lo scoraggiamento più totale. Ormai era convinta che la scrittura non facesse per lei, che era stato tutto un gioco, anche se molto bello e fortunato, e che ora era meglio tornare coi piedi per terra.
Si alzò, guardò un'ultima volta la macchina, con un misto di fastidio, sfida e senso di sconfitta, e lasciò la stanza.
La notte porta consiglio, si dice, e Laura sperava di risvegliarsi con il coraggio di telefonare a Bergonzi e dirgli che era lusingata del suo interessamento ma che non se ne faceva niente. Se voleva un motivo, poteva sempre dire che era già impegnata con qualcosa d’altro, tanto per non precludersi un'eventuale altra occasione. Si, sicuramente questa era la cosa giusta da fare, e l'avrebbe fatta. Domani.
- due –
Eppure leggere quei racconti di Asimov le dava solo una gran voglia di tornare di là e riprovare ancora. Laura non riusciva ad addormentarsi senza prima aver letto almeno una pagina del libro che aveva sul comodino, e in quel momento stava rispolverando un po' di classici. Vedere come il maestro della fantascienza riusciva a snocciolare storie su storie, parola dopo parola, un'invenzione dopo l'altra, le dava la carica, sentiva quasi le sue gambe che la imploravano di alzarsi e andare a rimettersi alla macchina.
Ma era stanca e l'indomani l'aspettava un'altra giornata d'ufficio, otto ore allo sportello, in bocca a clienti affamati di tempo da non perdere, di reclami da fare e di lamentele perché era da una settimana di fila che pioveva.
Chiuse il libro, spense la luce e si addormentò all'istante; era sempre così.
Aprì gli occhi e fissò la radiosveglia: 2:47. Aveva ancora davanti 4 ore buone di sonno ed era abbastanza imbambolata da sapere che si sarebbe subito riaddormentata. Però un pensiero al 'metabolismo' le scappò: cos'era quella cosa che aveva appena sognato? non ricordava bene, ma era sicura che, in sogno, aveva detto a qualcuno che quella storia poteva andare bene per il racconto che doveva scrivere. Ma non riusciva proprio a ricordare, per quanto si sforzasse, e questo l'infastidiva. Presa da questi pensieri alla fine non capì più se era ancora sveglia o stava già dormendo.
- tre –
La radiosveglia scattò alle 7 in punto e Laura sobbalzò al suo ‘ring’, come tutte le mattine.
Doccia, colazione, bicicletta e al lavoro; questi erano i suoi impegni immediati, nell'ordine.
Passò davanti alla stanza dove troneggiava l'Olivetti col foglio in canna, pronta a sparare tutte le parole che lei le avesse ordinato di scrivere, ma che ancora non aveva prodotto niente di decente. Certo, sapeva che la colpa era sua e non della macchina; ma era tranquilla, perché sotto la doccia aveva finalmente deciso di fare quella telefonata a Bergonzi, magari nel pomeriggio, al rientro. Aprì un attimo la porta e lanciò un'occhiata di sfida a tutto quello che le cadde sott'occhio: il suo mondo segreto di scrittrice. Richiuse ed iniziò la giornata.
Normale amministrazione, quel giorno, al lavoro, compresa la pausa pranzo con Giulio, la solita mezza promessa di rivedersi per il fine settimana (era così da almeno tre mesi, ma alla fine non si era mai combinato niente), la pedalata rilassante per rientrare a casa.
Ancora una doccia per lavare via tutto lo stress accumulato e poi avrebbe preso il telefono e contattato Bergonzi per liberarsi dall'incubo 'metabolismo dei glucidi'.
Non aveva memorizzato nel telefonino il numero di Bergonzi, perciò dovette andarlo a cercare nell'agenda sul tavolo dello studio. Stava cercando sotto la B, quando con la coda dell'occhio notò che nella macchina da scrivere era inserito un foglio e che era anche scritto per metà. Ricordava però perfettamente che la sera prima aveva gettato nel cestino l'ennesima pagina con qualche riga inutile.
Si avvicinò e scorse velocemente quello che c'era scritto.
La frase in testa alla pagina era a metà, segno che, probabilmente, c'era un altro foglio precedente a quello. Prese a cercare e trovò di fianco alla macchina, proprio sotto la foto di Asimov, un blocco di una decina di pagine, numerate in fondo e con un titolo che lei conosceva bene: "Il metabolismo dei glucidi".
Solo allora si fece strada nella sua testa la domanda più ovvia: chi aveva scritto quelle pagine?
(continua)

Nessun commento:
Posta un commento