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| (foto dal web) |
Nessuno
aveva le chiavi di casa sua, tranne Elena; ma quella era a mala pena
capace di compilare un modulo per raccomandata e senza la ricevuta di
ritorno. E poi a nessun altro aveva confidato del racconto che non
riusciva a scrivere.
E se fosse stata lei, quella notte, quando si era svegliata? probabilmente si era alzata, aveva ripensato al sogno e aveva buttato giù quelle righe, quasi in trance.
No, non poteva essere, alla fine se ne sarebbe ricordata al mattino; anche perché scrivere tutte quelle pagine avrebbe richiesto almeno un'ora e mezza buona, oltre alle sue 2-3 sigarette. E nella stanza non c'era traccia di cicche, visto che alla sera, come sempre, aveva svuotato tutti i portacenere; odiava il tanfo del fumo nelle stanze.
Comunque sedette alla macchina e cominciò a scorrere i fogli; era un racconto, e scritto anche bene. Narrava di una strana mutazione genetica basata, appunto, sul metabolismo dei glucidi, spiegata anche con formule chimiche e descrizioni di fenomeni biologici di cui lei non immaginava neanche l'esistenza.
A questo punto provò a continuare a scrivere qualcosa. Riusciva a seguire bene la narrazione e le parole le uscivano fluide dalle dita, i periodi si collegavano l'uno all'altro con facilità.
Andò avanti per più di un'ora e, quando guardò l'orologio a pendolo sulla parete di fronte a lei, era già ora di cena.
Lesse tutto d'un fiato quello che aveva scritto e le pareva che fosse coerente con la parte precedente. Guardava e riguardava tutto il lavoro fatto fino a quel momento, il suo e quello di chissà chi, e la gioia per aver risolto il problema di presentare qualcosa a Bergonzi le fece dimenticare il fatto che non era normale trovare dieci pagine apparse dal nulla sulla scrivania.
Chiuse tutto nel cassetto, quasi per evitare che sparisse così come era comparso, e andò a prepararsi da mangiare.
- quattro –
Con la tazza della tisana in mano tornò nello studio e sedette davanti alla macchina da scrivere. Tirò fuori dal cassetto il blocco dei fogli scritti e se li mise davanti; quindi rilesse gli ultimi paragrafi per riprendere il filo della narrazione e buttare giù la parte di racconto che aveva elaborato nella sua testa durante la cena.
C'era però qualcosa che non andava. Continuava a rileggere e le sembrava che la storia, si, fosse quella, ma le parole fossero cambiate, le frasi diverse. Qualcosa era come ricordava di averlo scritto, altro ci assomigliava abbastanza, altre parti era sicura che non fossero farina del suo sacco. Insomma era come se qualcuno avesse corretto tutto quello che lei aveva scritto. Ed aveva fatto anche un ottimo lavoro.
Ma a questo punto aveva già deciso che non le interessava più sapere come quella roba fosse arrivata lì e come facesse a procedere la faccenda.
Si ributtò a capo fitto nel lavoro e andò avanti fin quasi a mezzanotte, quando gli occhi ormai le bruciavano e sentiva che mettersi a letto avrebbe significato un sonno immediato e meritato.
- cinque –
Il ‘ring’ della sveglia la fece sobbalzare come sempre, e il primo pensiero non fu per la nuova giornata di lavoro ma per la domanda più ovvia: cosa sarà successo stanotte?
Inforcò gli occhiali mentre era già a metà strada in corridoio, ma nonostante l'impeto si fermò davanti alla porta chiusa dello studio, con la mano sulla maniglia. Aveva quasi paura di non trovare più niente, neanche la macchina da scrivere o addirittura la stanza intera. Aprì la porta e gli occhi le andarono subito al tavolo; anche da qui si vedeva che il numero dei fogli del dattiloscritto era aumentato dalla notte precedente.
Arrivò al tavolo e guardò il numerino in fondo all'ultima pagina: diceva che 'qualcuno' aveva aggiunto ben venticinque pagine al racconto, che ormai stava diventando quasi un romanzo.
(continua)

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