domenica 15 febbraio 2026

Il metabolismo dei glucidi (ultima parte)

(foto dal web)
 (qui e qui le altre due parti)

Anche stavolta non le interessava chi ci aveva lavorato, ma come continuava la
trama. Lesse avidamente dal punto dove aveva iniziato lei la sera prima e anche adesso scoprì le solite correzioni. Stavolta mancava addirittura un personaggio femminile che lei aveva deciso di inserire per dare una venatura romantica alla storia; tutte le parti in cui la donna compariva erano state cancellate o riscritte. Evidentemente il racconto doveva rimanere, nella mente del suo anonimo benefattore, di pura fantascienza. Ed infatti le pagine scritte da 'quell'altro' continuavano con la descrizione di stanze futuribili in cui questi nuovi organismi mutanti e mutati venivano riposti in attesa di decidere la loro sorte. Poi qualcosa che poteva essere una nave spaziale in miniatura atterrava al centro della stanza e delle creature uscivano e contrattavano con gli umani sulla possibilità di portarsi via gli organismi.

Laura non riusciva a capire se il racconto era umoristico o serio; ma quello che le interessava era che filava benissimo e Bergonzi l'avrebbe accettato di corsa. E magari gliene avrebbe chiesto un altro. Praticamente sarebbe stato l'inizio della sua carriera di scrittrice.

Era troppo presa dall'entusiasmo per capire che si era seduta davanti alla macchina da scrivere e aveva cominciato a battere sui tasti freneticamente, quasi avesse paura che quel momento passasse e le idee che aveva in testa andassero perdute. Perché era vero che c'era 'quell'altro' che lavorava per lei, ma era anche vero che la sua vena artistica si era risvegliata all'improvviso e tutto le risultava facile. Tanto poi, comunque, sempre 'quell'altro' avrebbe ripulito tutto.

D'un tratto capì che c'era uno strano suono che veniva da qualche parte della casa e si fermò. Uscì dalla stanza e realizzò che era il telefono. Guardò istintivamente l'orologio e si accorse che erano le nove passate; questo significava che sarebbe dovuta essere da un pezzo al lavoro. Lasciò squillare il telefono fino a che non smise; doveva avere il tempo di trovare una scusa plausibile. Immediatamente, però, iniziò a vibrare il telefono cellulare, e qui le scattò la scintilla: avrebbe risposto con una voce estranea, dichiarando di essere un'amica venuta ad assisterla perché lei stava male. Sperava solo che come scusa funzionasse.

Andò tutto bene, ma che, mi raccomando, la signora Laura si facesse fare un certificato medico. Era possibile che la sua capo ufficio, con cui lavorava da dieci anni, non aveva riconosciuto la voce?

La cosa, comunque, era risolta ed era ora di tornare al racconto. Nonostante fossero passati pochissimi minuti, vide che il testo che aveva scritto poco prima era stato già corretto e che c'erano anche alcune decine di righe in più. Questo fatto continuava ad entusiasmarla.

- sei -

Durò tutto ancora un paio di giorni, in cui rimase a casa con “una fastidiosissima cefalea accompagnata da nausea e vomitò” (non è che sei incinta? le aveva chiesto Elena). Andò a fare il riposino anche dopo pranzo, contrariamente alle sue abitudini, proprio per dare più tempo al misterioso correttore di lavorarci su.

La sera del secondo giorno, dopo cena, quando tornò nello studio, vide che nella macchina da scrivere c'era un foglio scritto per metà, dove faceva bella mostra di sé un FINE in carattere maiuscolo e centrato.

Tolse il foglio dalla macchina e continuò a guardarlo, quasi con commozione. Poi lo mise sotto tutti gli altri, posò il blocco nuovamente di fianco alla macchina e fece un grosso sospiro di soddisfazione, gettandosi contro la spalliera della sedia. Era proprio felice, felice di tutto, avrebbe abbracciato il mondo intero se avesse potuto.

Non ricordava, però, che Asimov, nella foto di fianco alla macchina da scrivere, facesse l'occhiolino.

 

Fine 


mercoledì 11 febbraio 2026

Il metabolismo dei glucidi (seconda parte)

(foto dal web)
(Qui la prima parte)  

Nessuno aveva le chiavi di casa sua, tranne Elena; ma quella era a mala pena
capace di compilare un modulo per raccomandata e senza la ricevuta di ritorno. E poi a nessun altro aveva confidato del racconto che non riusciva a scrivere.

E se fosse stata lei, quella notte, quando si era svegliata? probabilmente si era alzata, aveva ripensato al sogno e aveva buttato giù quelle righe, quasi in trance.

No, non poteva essere, alla fine se ne sarebbe ricordata al mattino; anche perché scrivere tutte quelle pagine avrebbe richiesto almeno un'ora e mezza buona, oltre alle sue 2-3 sigarette. E nella stanza non c'era traccia di cicche, visto che alla sera, come sempre, aveva svuotato tutti i portacenere; odiava il tanfo del fumo nelle stanze.

Comunque sedette alla macchina e cominciò a scorrere i fogli; era un racconto, e scritto anche bene. Narrava di una strana mutazione genetica basata, appunto, sul metabolismo dei glucidi, spiegata anche con formule chimiche e descrizioni di fenomeni biologici di cui lei non immaginava neanche l'esistenza.

A questo punto provò a continuare a scrivere qualcosa. Riusciva a seguire bene la narrazione e le parole le uscivano fluide dalle dita, i periodi si collegavano l'uno all'altro con facilità.

Andò avanti per più di un'ora e, quando guardò l'orologio a pendolo sulla parete di fronte a lei, era già ora di cena.

Lesse tutto d'un fiato quello che aveva scritto e le pareva che fosse coerente con la parte precedente. Guardava e riguardava tutto il lavoro fatto fino a quel momento, il suo e quello di chissà chi, e la gioia per aver risolto il problema di presentare qualcosa a Bergonzi le fece dimenticare il fatto che non era normale trovare dieci pagine apparse dal nulla sulla scrivania.

Chiuse tutto nel cassetto, quasi per evitare che sparisse così come era comparso, e andò a prepararsi da mangiare.

- quattro –

Con la tazza della tisana in mano tornò nello studio e sedette davanti alla macchina da scrivere. Tirò fuori dal cassetto il blocco dei fogli scritti e se li mise davanti; quindi rilesse gli ultimi paragrafi per riprendere il filo della narrazione e buttare giù la parte di racconto che aveva elaborato nella sua testa durante la cena.

C'era però qualcosa che non andava. Continuava a rileggere e le sembrava che la storia, si, fosse quella, ma le parole fossero cambiate, le frasi diverse. Qualcosa era come ricordava di averlo scritto, altro ci assomigliava abbastanza, altre parti era sicura che non fossero farina del suo sacco. Insomma era come se qualcuno avesse corretto tutto quello che lei aveva scritto. Ed aveva fatto anche un ottimo lavoro.

Ma a questo punto aveva già deciso che non le interessava più sapere come quella roba fosse arrivata lì e come facesse a procedere la faccenda.

Si ributtò a capo fitto nel lavoro e andò avanti fin quasi a mezzanotte, quando gli occhi ormai le bruciavano e sentiva che mettersi a letto avrebbe significato un sonno immediato e meritato.

- cinque –

Il ‘ring’ della sveglia la fece sobbalzare come sempre, e il primo pensiero non fu per la nuova giornata di lavoro ma per la domanda più ovvia: cosa sarà successo stanotte?

Inforcò gli occhiali mentre era già a metà strada in corridoio, ma nonostante l'impeto si fermò davanti alla porta chiusa dello studio, con la mano sulla maniglia. Aveva quasi paura di non trovare più niente, neanche la macchina da scrivere o addirittura la stanza intera. Aprì la porta e gli occhi le andarono subito al tavolo; anche da qui si vedeva che il numero dei fogli del dattiloscritto era aumentato dalla notte precedente.

Arrivò al tavolo e guardò il numerino in fondo all'ultima pagina: diceva che 'qualcuno' aveva aggiunto ben venticinque pagine al racconto, che ormai stava diventando quasi un romanzo.

(continua) 



lunedì 9 febbraio 2026

EVELINA MARI’

(foto mia)

È l’ora del cambio turno.

Quell’ora, cioè, in cui i bagnanti che sono arrivati di primo mattino cominciano a raccogliere ombrelloni, sdraiette e spiaggine e lasciano il posto ai nuovi arrivi, quelli che forse rimarranno anche per un pranzo veloce sulla spiaggia e un bagno pomeridiano.

Per lo più famiglie a cui non interessa che il sole a quell’ora è troppo forte per i bambini come ogni anno, ad ogni inizio estate, ripete la tivvù.

Lui giocherella con i piedi sulla battigia, facendo salterellare qualche pietra ogni tanto in acqua. Scruta la gente che passa, cercando di capire qualcosa delle loro vite da come camminano, da come si vestono, da come guardano essi stessi gli altri di sottecchi.

Ha già fatto il bagno e si sta asciugando.

Lei cammina un po’ su e giù senza allontanarsi dalla zona dell’ombrellone; cerca pietre a forma di cuore che poi metterà insieme alle altre sul tavolo sulla veranda di casa.

Lui è un tipo anonimo, sui 65 anni, coi capelli rasati a zero (ma che stanno ricrescendo) e un pizzetto ormai quasi completamente bianco. È un po’ appesantito, ma non è grosso.

Lei ha qualche anno più di lui, ma li porta molto meglio, dando più di qualche punto a molte sessantenni rifatte. Ha capelli lunghi e chiari, raccolti in una coda, e un costume a due pezzi verde scuro a disegni più chiari.

Lui e lei staranno ancora una mezz’oretta, forse faranno un altro bagno; poi torneranno a casa.

Una famiglia, padre, madre e una bambina di un paio di anni, occupa l’ombrellone vicino al loro. Non fanno molto rumore, ma la donna fuma in continuazione e questo da fastidio a lui, gli impedisce quasi di respirare quando il fumo lo raggiunge. È anche per questo che preferisce stare sulla battigia anche se il sole è forte. Dovrà ricordare di portarsi il panama, domani.

Una coppia con un grosso cane arriva di corsa, disinteressandosi che il suo passaggio da fastidio agli altri, li obbliga a farsi da parte e costringe le mamme a tenere vicino a sé i bambini, perché non si sa mai quale può essere la reazione del cane a qualche movimento brusco dei piccoli.

È appena passato quello degli aquiloni, un vucumprà che tutte le mattine fa il giro per vendere la sua mercanzia: improbabili occhiali da sole firmati, marsupi in finta pelle, girandole multicolore e, appunto, bellissimi aquiloni lasciati a solcare liberamente il cielo. In tutti questi giorni, lui non l’ha mai visto venderne uno, ma è sicuro che da qualche parte e in qualche altro giorno, qualcuno glieli avrà acquistati. O almeno così spera.

Altri vucumprà passano tutti i giorni: quello dei salvagenti, quello degli occhiali, quello degli asciugamani da bagno, quello delle tovaglie e delle lenzuola…

Oggi la schiera dei vucumprà si arricchisce di una nuova entrata.

Una donna con una bambina di un paio d’anni (o forse meno) in braccio e una specie di piccolo appendino nella mano destra, da cui scendono braccialetti di plastica, coloratissimi e palesemente senza alcun valore.

Che senso ha camminare sotto il sole per ore, con una bambina in braccio, per cercare di vendere quella paccottiglia che grida: non mi comprare! ad ogni passo strascicato sulla spiaggia?

O è la bambina che deve attrarre la compassione della gente?

La donna, forse sudamericana viste le forme generose e l’ancheggiare deciso (o è il peso della bimbetta a farla camminare così?), si avvicina ad ogni ombrellone, scruta i volti di ognuno che sta sdraiato sul lettino o sulla tovaglia sulla sabbia, cerca un appiglio con occhi, e quando decide che non funzionerà provare a parlare, tira avanti.

La donna col costume verde scuro ora si trova sotto l’ombrellone e cerca qualcosa nella borsa di paglia. Si volta per cercare lui, per sapere se è ora di raccogliere e andare o se si daranno ancora tempo per un altro bagno o un altro po’ di sole.

E in quel momento gli occhi della venditrice di braccialetti e collanine incrociano quelli di lei.

- Ciao, signora. Vuoi un braccialetto?

Lei vede anzitutto la bimbetta e gli occhi le restano appuntati lì.

Ha i ricci scuri che le partono dalla fronte come incollati da un artista, come quelli della madre. Non vede il colore degli occhi, perché ha il sole davanti, ma devono essere scuri: non ha mai visto una sudamericana con gli occhi chiari. Le braccine, nude, e le gambette che escono da un pagliaccetto multicolore, sono paffute.

- Vuoi un braccialetto, bella signora?

Lui vede la scena da poco lontano, ma non distingue bene le parole, un po’ per il rumore del mare, un po’ per la gente che rumoreggia sulla battigia; un po’ perché il suo udito lo sta abbandonando poco alla volta.

Si avvicina, ma senza entrare a fare gruppo sotto l’ombrellone.

- No, ti ringrazio, non mi serve niente – risponde la donna col costume verde che ora ha compreso la situazione.

- Un braccialetto, dai… Così vendo qualcosa – insiste la mamma.

- No, davvero, ne ho già, vedi? – e le mostra quelli che ha ai polsi.

- Va bene, grazie lo stesso – quasi mormora la donna, e fa per andarsene.

Poi si volta e dice:

- Mi dai qualcosa per comprare una bottiglietta d’acqua? Fa caldo…

Lei guarda la bimbetta, la donna e poi torna a rimestare nella borsa di paglia.

Ma non trova niente; sembra desolata.

Lui ha capito e con un gesto le indica la sua borsa, nascosta sotto il telo da bagno sulla sedia.

Lei afferra l’invito e si mette a frugare nella borsa di lui. Tira fuori una moneta (un euro? Due?) e la porge alla donna.

- Grazie, bella signora! - afferra la moneta, la guarda, fa ancora grazie col capo e si dirige verso il bar dello stabilimento lì a fianco.

Lui e lei si guardano, siedono sulle sedie e parlottano sotto voce.

Qualche minuto e la donna con la bambina esce dal bar e scende verso la battigia. Ha in mano una bottiglietta d’acqua da cui sta bevendo; poi la offre alla bimbetta.

La bambina afferra la bottiglietta e beve con sete, versandosi un po’ d’acqua sul pagliaccetto multicolore.

La donna ripassa davanti a lui e a lei, si ferma un attimo e si gira verso l’ombrellone.

- Dai, prendi un braccialetto, te lo regalo! Sei stata gentile con me…

- No, non ti preoccupare, fai finta che l’ho accettato.

Le due donne si guardano. Lei dice, facendo segno col mento verso la bambina:

- Come si chiama?

- Evelina Marì.

- Bel nome – dice lei.

Si scambiano ancora qualche sguardo. Poi la donna se ne va.

Lui e lei la osservano andare via, dalla parte da cui è venuta.

Questa volta non si ferma sotto nessun ombrellone e si allontana in fretta.

Lui vede qualcosa che riluce vicino la borsa di paglia. Si alza, lo prende e lo da a lei:

- Guarda, un braccialetto… le deve essere caduto.

Lei si alza e si affretta nella direzione verso cui è andata la donna, che ora si vede distante, quasi nascosta dagli altri ombrelloni.

- Signora! Hai perso questo!

Ma la donna non si gira, certamente non ha sentito.

- Evelina Marì, il braccialetto - Prova ancora lei, ma con meno convinzione.

Quando la donna sparisce tra i bagnanti del secondo turno, lei torna indietro e siede di fianco a lui.

- Peccato, le è caduto… - dice rigirandosi tra le mani il braccialetto di plastica colorata.

- O l’ha fatto cadere – le sussurra lui.

Il metabolismo dei glucidi (prima parte)

(foto dal web)
 - uno -

Quella maledetta macchina da scrivere rimaneva ferma, immobile.

Si, lo sapeva che le macchine da scrivere generalmente non vanno da sole, se qualcuno non batte sui tasti. Ma quel titolo, "Il metabolismo dei glucidi", non aveva senso. Come era venuto in testa a Bergonzi di proporle quel compito?

Laura guardava l'Olivetti lettera 72, quella gloriosa, mitica, di suo padre, e il volume che c'era di fianco, sul tavolino. Era tutta colpa sua, di quel libro, quell'antologia a cui aveva collaborato l'anno prima, se ora si ritrovava nei pasticci.

Bergonzi, il curatore del volume di esordienti in cui c’era anche il suo "L'omino degli scacchi”, vincitore a Cattolica in una sotto sotto sotto sezione del Mystfest l'anno prima, l'aveva richiamata all'inizio dell'autunno, chiedendole un altro racconto. Questo avrebbe dovuto essere inserito in un nuovo volume che sarebbe dovuto uscire nel marzo successivo. La particolarità di questo nuovo libro era che tutti i racconti dovevano avere lo stesso titolo, "Il metabolismo dei glucidi".

Laura aveva accettato immediatamente. Non le sembrava vero che fosse toccato proprio a lei la fortuna non solo di vedersi pubblicare un racconto all'esordio, ma che questo racconto vincesse qualcosa e che, ora, le fosse addirittura chiesto un altro lavoro. Nemmeno al grande Asimov, di cui aveva una foto alla macchina da scrivere, incorniciata sul tavolo, era toccata questa sorte: lui aveva dovuto scrivere decine e decine di racconti prima che arrivasse l'agognata richiesta.

Ma il lavoro di quasi una settimana aveva prodotto solo un cestino pieno di fogli appallottolati e lo scoraggiamento più totale. Ormai era convinta che la scrittura non facesse per lei, che era stato tutto un gioco, anche se molto bello e fortunato, e che ora era meglio tornare coi piedi per terra.

Si alzò, guardò un'ultima volta la macchina, con un misto di fastidio, sfida e senso di sconfitta, e lasciò la stanza.

La notte porta consiglio, si dice, e Laura sperava di risvegliarsi con il coraggio di telefonare a Bergonzi e dirgli che era lusingata del suo interessamento ma che non se ne faceva niente. Se voleva un motivo, poteva sempre dire che era già impegnata con qualcosa d’altro, tanto per non precludersi un'eventuale altra occasione. Si, sicuramente questa era la cosa giusta da fare, e l'avrebbe fatta. Domani.

- due –

Eppure leggere quei racconti di Asimov le dava solo una gran voglia di tornare di là e riprovare ancora. Laura non riusciva ad addormentarsi senza prima aver letto almeno una pagina del libro che aveva sul comodino, e in quel momento stava rispolverando un po' di classici. Vedere come il maestro della fantascienza riusciva a snocciolare storie su storie, parola dopo parola, un'invenzione dopo l'altra, le dava la carica, sentiva quasi le sue gambe che la imploravano di alzarsi e andare a rimettersi alla macchina.

Ma era stanca e l'indomani l'aspettava un'altra giornata d'ufficio, otto ore allo sportello, in bocca a clienti affamati di tempo da non perdere, di reclami da fare e di lamentele perché era da una settimana di fila che pioveva.

Chiuse il libro, spense la luce e si addormentò all'istante; era sempre così.

Aprì gli occhi e fissò la radiosveglia: 2:47. Aveva ancora davanti 4 ore buone di sonno ed era abbastanza imbambolata da sapere che si sarebbe subito riaddormentata. Però un pensiero al 'metabolismo' le scappò: cos'era quella cosa che aveva appena sognato? non ricordava bene, ma era sicura che, in sogno, aveva detto a qualcuno che quella storia poteva andare bene per il racconto che doveva scrivere. Ma non riusciva proprio a ricordare, per quanto si sforzasse, e questo l'infastidiva. Presa da questi pensieri alla fine non capì più se era ancora sveglia o stava già dormendo.

- tre –

La radiosveglia scattò alle 7 in punto e Laura sobbalzò al suo ‘ring’, come tutte le mattine.

Doccia, colazione, bicicletta e al lavoro; questi erano i suoi impegni immediati, nell'ordine.

Passò davanti alla stanza dove troneggiava l'Olivetti col foglio in canna, pronta a sparare tutte le parole che lei le avesse ordinato di scrivere, ma che ancora non aveva prodotto niente di decente. Certo, sapeva che la colpa era sua e non della macchina; ma era tranquilla, perché sotto la doccia aveva finalmente deciso di fare quella telefonata a Bergonzi, magari nel pomeriggio, al rientro. Aprì un attimo la porta e lanciò un'occhiata di sfida a tutto quello che le cadde sott'occhio: il suo mondo segreto di scrittrice. Richiuse ed iniziò la giornata.

Normale amministrazione, quel giorno, al lavoro, compresa la pausa pranzo con Giulio, la solita mezza promessa di rivedersi per il fine settimana (era così da almeno tre mesi, ma alla fine non si era mai combinato niente), la pedalata rilassante per rientrare a casa.

Ancora una doccia per lavare via tutto lo stress accumulato e poi avrebbe preso il telefono e contattato Bergonzi per liberarsi dall'incubo 'metabolismo dei glucidi'.

Non aveva memorizzato nel telefonino il numero di Bergonzi, perciò dovette andarlo a cercare nell'agenda sul tavolo dello studio. Stava cercando sotto la B, quando con la coda dell'occhio notò che nella macchina da scrivere era inserito un foglio e che era anche scritto per metà. Ricordava però perfettamente che la sera prima aveva gettato nel cestino l'ennesima pagina con qualche riga inutile.

Si avvicinò e scorse velocemente quello che c'era scritto.

La frase in testa alla pagina era a metà, segno che, probabilmente, c'era un altro foglio precedente a quello. Prese a cercare e trovò di fianco alla macchina, proprio sotto la foto di Asimov, un blocco di una decina di pagine, numerate in fondo e con un titolo che lei conosceva bene: "Il metabolismo dei glucidi".

Solo allora si fece strada nella sua testa la domanda più ovvia: chi aveva scritto quelle pagine?

(continua) 

IL MONDO DI MENICO

(quadro di Stefano Calisti)

Con lo sguardo planava sul turchese della pianura per perdersi in tutte le sfumature del blu del mare all’orizzonte, dove si affacciava la città, il posto più lontano e più misterioso che potesse immaginare. Era lì che si poteva trovare tutto ciò che la vita poteva offrire, nel bene e nel male. Menico era orgoglioso, seduto sul muretto della piazzetta che dava su quel panorama, dall’alto dei suoi quattordici anni e dei suoi pantaloni nuovi. I suoi primi pantaloni lunghi dopo quelli appena sopra il ginocchio che la sua mamma gli aveva cucito fino a quel momento. 
Quattordici anni e un paio di pantaloni lunghi: ora era ufficialmente un uomo e come uomo doveva prendersi le responsabilità della vita. 
Guardava i paesi e il fiume, gli uliveti e i campi di grano nel panorama che da lì arrivava all’orizzonte e che era il mondo che Menico aveva sempre visto e conosciuto. 
Ora che era un uomo non poteva più stare appresso alle lucertole come i suoi compagni; né poteva più giocare a scalare gli alberi e da lassù colpire con la fionda i topi che scorazzavano nella campagna. Ora doveva pensare più in là del suo paese, più in là di Cenzo che tutti i giorni si ubriacava al bar della piazzetta e della Pina che se l’andava a riprendere in ciabatte e grembiale da cucina sporco di farina o chiazzato d’olio e pomodoro. 
Cos’è che aveva visto in TV? Cos’è che aveva letto sul giornale che suo padre tutti i giorni sfogliava alla sera nella sua poltrona in similpelle marrone? 
Bambini uccisi mentre in coda andavano a prendere una bottiglia d’acqua e un po’ di farina in un villaggio distrutto dalle bombe lanciate dalla malvagità dell’uomo.
Anziani lasciati soli su carrozzelle sporche in stanze ancora più sporche in strutture fatiscenti.
Relitti di barche di legno alla deriva, che avevano portato donne, neonati, ragazzini che volevano solo vivere la propria vita sotto il sole di tutti e come tutti.
Padri di famiglia disperati per non avere di che sfamare i figli perché il lavoro non c’è.
Bambini, donne, uomini uccisi dalla violenza di altri uomini e donne, cresciuti in posti dove la violenza è l’unica realtà di ogni giorno.
Menico tremava. Per la vergogna di vivere in quel mondo, per la rabbia di sentirsi impotente, per la voglia di mettere le cose a posto.
Ora lui era un uomo ed era suo compito pensarci.
Così aveva deciso: sarebbe sceso fino alla città, con i suoi quattordici anni e i suoi pantaloni lunghi; in quella città dove abitavano tutti quelli che potevano risolvere tutte queste cose, e avrebbe parlato con loro: li avrebbe convinti che tutto questo era sbagliato, che dovevano prendersi ognuno le proprie responsabilità e mettere le cose a posto.
Ora era sera, ma l’indomani avrebbe preso il pulman verde, che si fermava davanti alla chiesa, e sarebbe arrivato fino alla città; e lì sarebbe andato a bussare alle case di chi comandava e poteva.
Quella notte Menico dormì poco: dentro di sé ripeteva le frasi che avrebbe pronunciato l’indomani e con le quali avrebbe convinto quelli che comandavano.
Sì, più se le diceva più si convinceva che quelle persone non avrebbero potuto non capire che lui aveva ragione, che c’era bisogno di cambiare le cose nel mondo.
Al mattino presto si alzò, si lavò per bene col sapone profumato della mamma e si pettinò con cura: doveva essere impeccabile se voleva fare buona impressione su quelle persone così importanti.
Si guardò allo specchio e pensò che poteva andare bene così, e che quell’ombra di peluria sopra il labbro gli dava ancora di più l’aspetto di un uomo fatto.
Uscì di casa appena sentì il pulman strombazzare nelle curve prima si entrare in paese, e si mise ad aspettare, impettito e sicuro di sé, sotto la pensilina davanti alla chiesa. Fece dentro di sé un preghiera alla Madonna delle Grazie che si trovava dentro la chiesa, ma senza darlo a vedere: un uomo, quale lui era, certe cose non le faceva davanti a tutti come la sua mamma o tutte le altre donne del paese.
Menico vide il muso verde dell’autobus arrivare da dietro la fontana a tre cannelle, dove fino a qualche giorno prima si era rinfrescato, sudato e stanco dopo i suoi giochi di bambino.
Il pulman si fermò proprio davanti a lui e la porta si spalancò senza che ci fosse nessuno ad aprirla.
Salì i due gradini e stava per andare a sedersi nelle prime file quando l’autista, un signore dal naso grosso e la camicia azzurra troppo stretta, gli domandò:
“Mi fai vedere il biglietto?”
Menico ristette, cercando di capire cosa quell’uomo stava dicendo.
“Dove devi andare?” chiese ancora l’autista.
“Devo andare in città. Devo sbrigare cose molto importanti”.
Non gli sembrava che spiegare per filo e per segno a quell’uomo quello che doveva fare fosse importante in quel momento. Ma anche lui avrebbe capito dopo che a causa delle sue parole, quelle che si era ripetuto per tutta la notte, le cose nel mondo sarebbero cambiate per i bambini, le donne, gli anziani...
“Ma il biglietto? Ce l’hai il biglietto per dove devi andare?” insisteva l’uomo con la camicia azzurra.
Menico i biglietto non ce l’aveva, e non sapeva neanche che per prendere il pulman ce ne volesse uno, come quello per entrare al cinema dell’oratorio la domenica pomeriggio.
“Non ce l’ho” rispose Menico confuso.
“E allora fanne uno oggi e domani potrai prendere il pulman per la città” disse l’uomo.
Menico scese e si fermò sotto la pensilina. Vide le porte chiudersi e il pulman scomparire dietro la curva in fondo al paese.
Ci voleva un biglietto per andare in città e cambiare il mondo; e lui non aveva i soldi per comprarlo.

Il metabolismo dei glucidi (ultima parte)

(foto dal web)  ( qui e qui le altre due parti) Anche stavolta non le interessava chi ci aveva lavorato, ma come continuava la trama. Less...